Arte e (iper)complessità. Un festival, un libro, gli artisti.

La prendiamo alla larga e la facciamo lunga, l’argomento merita un po’ di tempo e spazio.

 

Il festival

Allora, a maggio di quest’anno (2019) si sono tenute nella Stanza delle Parole del Macro Asilo di Roma 10 lezioni sulla complessità, organizzate dal Complexity Education Project, gruppo di ricerca fondato più di dieci anni fa da Valerio Eletti – fisico e studioso di reti e sistemi – presso il Laboratorio di e-learning LABEL Cattid della Sapienza di Roma.

Il comitato scientifico è composto, tra gli altri, da Edgar Morin, sociologo e filosofo, tra i massimi studiosi di complessità; Derrick De Kerckhove, collaboratore di Marhsall McLuhan e teorico dell’intelligenza connettiva; Luca De Biase, esperto di innovazione, autore di un blog su media e informazione e firma de Il Sole 24 Ore. Dal 2018 il CEP fa parte del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università di Perugia (FiSSUF), diretto dalla Prof.ssa Claudia Mazzeschi, sotto la direzione scientifica di Piero Dominici, professore e ricercatore FiSSUF, UniPG. Massimo Conte ne è il Coordinatore editoriale e Instructional Designer.

 

 

Art’usi ha partecipato alle 10 lezioni, durante le quali si sono affrontati concetti chiave per capire il nostro tempo: connessioni, reti, big data, conflitto e collaborazione, evoluzione, machine learning, auto-organizzazione. Tutte le lezioni sono state illustrate in tempo reale da un facilitatore grafico, Giacomo Isidori, che ha tracciato sulla lavagna le connessioni tra i concetti e le parole chiave.

Ma cos’è la complessità? Definirla è complesso e davvero non è un gioco di parole. Vuoi perchè per gli umanisti alcune definizioni, nate in ambito scientifico, medico, matematico, sono di non immediata comprensione, vuoi perchè gli scienziati stessi non sembrano convergere su una definizione unica e condivisa. Nella complessità siamo immersi come in un ecosistema ma senza sapere bene cosa sia. Ci vengono in aiuto questa pagina dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, indicata sul sito del Complexity Education Project, l’intervista a Piero Dominici sul magazine Vita e questo glossario del Santa Fe Institut che alla voce Complexity ci dice:

(…) the complexity of a system emerges from the interactions of its interrelated elements as opposed to the characteristics of those elements in and of themselves

 

[in italiano > (…) la complessità di un sistema emerge dalle interazioni dei suoi elementi interconnessi in contrapposizione alle caratteristiche di tali elementi in sè per sè (traduzione Deepl.com)]

Proviamo a sintetizzare dicendo che la complessità è la qualità di sistemi/organismi (per esempio gli Stati, la natura, i social network, i mercati finanziari, internet, il corpo umano) che:

– si sviluppano attraverso nodi e intrecci, se potessimo disegnarne la struttura
– spesso spontaneamente, in modi non prevedibili (stocastici) e non replicabili
– e “che sono più della somma delle parti che li compongono e le cui proprietà non possono essere ricondotte a quelle delle parti più piccole” (Festival della Complessità di Tarquinia, 2015).

Per capire come la complessità ci avvolga nel nostro quotidiano e quali potenzialità mette in campo, riportiamo un commento di Valerio Eletti:

“il cambiamento della nostra società a breve e medio termine […] sarà sempre più veloce. Lo sarà perchè cresce la popolazione del pianeta (e quindi cresce il numero totale di menti), sia perchè cresce la connessione tra queste menti grazie alle reti che avvolgono in maniera sempre più capillare ed efficace l’intero pianeta: reti stradali, aeree, radiofoniche, telefoniche, televisive, digitali, satellitari. E con la crescita del numero di menti in connessione tra loro, si formano hub […] che condividono idee e interessi, mentre si allarga il sistema di cooperazione-conflitto tra gruppi a volte enormi, allargando il paesaggio delle probabilità che il sistema trovi nuovi pattern di cambiamento, di sviluppo ed evoluzione.”

 

Complessità, cambiamento, comunicazioni. Dai social network al Web 3.0, I Quaderni della Complessità, Guaraldi (2012)

E mentre noi si cerca di capire e gestire la complessità, si parla già, da anni, di ipercomplessità, ovvero la capacità dei sistemi complessi di adattarsi e connettersi tra loro. Lo spiega Piero Dominici sul sito Treccani.it, riportato sul sito del CEP, in cui lo studioso introduce anche l’aspetto chiave della multidisciplinarietà:

Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte.

 

Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse. E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione.

 

Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica, cui si è accennato – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Il passaggio dalla semplicità alla complessità e, da questa, alla ipercomplessità può essere spiegato in termini di variabili coinvolte, di concause e di parametri che noi possiamo utilizzare, dobbiamo considerare per osservare la realtà.

 

Il libro

Il tema dell’arte è tornato diverse volte durante gli incontri al Macro Asilo, e in particolare è stato trattato da Pier Luigi Capucci, esperto di new media e relazioni tra arti, scienze e tecnologie, fondatore della rivista Noema e professore presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e presso l’Università di Udine.

 

In che modo l’arte incontra la complessità ce lo spiega il suo recente libro Arte e complessità, Noema edizioni (2018), nato dal tema ‘Arte e complessità’ al Festival della Complessità di Bologna nel luglio 2017. Riportiamo qui alcune citazioni per rendere la ricchezza e la varietà dei contributi raccolti nel volume.

 

L’arte può discutere le complesse problematiche tra l’umanità e il mondo fenomenico, inerenti all’ambiente, agli esseri viventi, all’idea di Natura. Da questo punto di vista, e in maniera più efficace rispetto ad altre discipline, l’arte si fa filosofia della contemporaneità.

 

 

Pier Luigi Capucci

 

arte “è” complessità.

 

Già, il punto è questo: non esiste forma d’arte che non sia complessa. Anche nelle più semplici rappresentazioni, infatti, dalla risonanza tra forme, colori, composizioni, concetti, riferimenti, paradigmi culturali emerge quel qualcosa di diverso, di più ricco, di esclusivo che l’umanità chiama e/o ha
chiamato arte nel corso del tempo e nelle diverse regioni del globo. Il processo di emersione dell’arte da sistemi complessi di segni che interagiscono
fra di loro ricorda infatti il processo per cui vediamo emergere il pensiero dal sistema reticolare dei neuroni collegati tra di loro nel nostro cervello. Parlare quindi di arte e complessità costringe gli attori a camminare sul pericoloso e arduo sentiero che si dipana tra l’abisso delle banalità e quello
dello specialismo autoreferenziale.

 

 

Valerio Eletti

 

(sull’esperienza dei Floating Piers di Christo)

 

…facevo parte di un paesaggio naturale e umano nello stesso tempo, tra acqua, montagne, il borgo di Monte Isola e il convento di San Paolo e, soprattutto, ero interconnessa con tutti gli altri che camminavano, cambiavano direzione a velocità variabile, si fermavano, si sedevano, si sdraiavano, vicini, lontani, lontanissimi, all’orizzonte. I loro movimenti influenzavano i miei. Ero una singola in un insieme di nodi di una rete amplissima. E lo vedevo, lo sentivo per tutto il tempo del percorso, lo interiorizzai anche se magari inizialmente non riuscii a dargli un nome.

 

 

Simonetta Simoni

 

 

In fin dei conti l’arte, mediante un atto creativo sostanzialmente arbitrario, ci propone un nuovo ordine del mondo e ne dischiude una celata ricchezza. […] L’ordine mentale che l’arte ci sollecita a elaborare non è un ordine banale, ma un ordine molteplice, ai confini del caos”.

 

 

Luca Iandoli e Giuseppe Zollo

 

 

L’Arte, con i suoi linguaggi complessi e immediati allo stesso tempo, è in grado di rendere l’invisibile e l’impossibile visibile e possibile. Si tratta dell’unica forma di mediazione simbolica (Cassirer, 1923-1929) capace di non ingabbiare la vitalità dello spirito, rafforzando le connessioni tra le parti
e trascendendo – andando “oltre” – i modelli lineari tradizionali, i consueti ragionamenti dialogici e le polarizzazioni dei discorsi e dei tentativi interpretativi.

 

 

Piero Dominici

 

Gli artisti

Alla luce di questi nuovi paradigmi, molti sono gli artisti che possiamo inserire nella sfera di arte e complessità, a sua volta derivata e connessa alla macro area di arte e scienza (da Leonardo alla bioarte). Ne fanno parte, per esempio, le installazioni reticolari, organiche o inorganiche, dell’argentino Tomás Saraceno; le sperimentazioni transgeniche e transdisciplinari di Eduardo Kac, artista brasiliano; gli esperimenti collaborativi su base corporea e musicale dell’australiano Guy Ben-Ary; i dipinti di Pollock, le cui traiettorie continue irregolari in un processo ripetitivo e cumulativo sono molto simili all’evoluzione delle forme in natura.

Dall’Africa ci piace segnalare il progetto di Eric Van Hove, artista concettuale nato in Algeria, di origine belga, cresciuto in Camerun, dottorato in Giappone, residente in Marocco. Figlio di un ingegnere, i suoi progetti sono assemblaggi di pezzi di motori di celebri auto, come la Mercedes, considerata in Marocco simbolo di perfezione, ma realizzati da artigiani locali con materiali del posto.

Eric van Hove, V12 – Laraki, mostra Second Life, Macaal, Marrakech, 27.2 – 29.7.2018. Foto M. S. Bottai.

I couldn’t foresee it but in the course of making the engine, there was a collective memory and a collective sharing that really fused to become a new whole, and that was very promising […] When 15 people gathered over months to reassemble 465 very different parts of the most complicated Mercedes engine, in terms of the amount of engineering involved, well, that’s nuts! We gathered trust through the engine.

 

 

(Intervista su Freunde von Freunden)

L’artista ricorda una storia avvenuta in un villaggio africano dove gli abitanti si trovano a chiamare un ingegnere (suo padre?) per riparare un complicato motore. La lunga attesa fa sì che i membri del villaggio si industrino per risolvere il problema autonomamente: smontano il motore in sequenza, affidando a ogni persona un pezzo; ognuno memorizza in quale ordine gli è stato dato il pezzo (chi veniva prima e chi dopo). Trovato il difetto e riparato, gli abitanti rimontano il motore riassemblando i pezzi seguendo la sequenza al contrario.

Riattivare i saperi delle comunità locali, depositarie di una tradizione artigianale sviluppatissima ma non trasmessa per iscritto; attingere all’intelligenza collettiva; dare spazio all’auto-determinazione dal basso; fare esperienza dell’imprevedibilità… se non è complessità questa!

 

Maria Stella Bottai