Raccontare la vita intorno all’opera d’arte: un ottimo pretesto per fare letteratura

di Serena Antonia Iglio

L’elaborazione della mia tesi di Diploma accademico triennale, intitolata Trame su tela: intrecci fra parola e immagine. Uno studio per leggere, comporre e comunicare la scrittura ai margini del quadro[1], è stata un lungo viaggio tra saggistica, narrazione e azione divulgativa che ha perfettamente conciliato le mie passioni per la scrittura creativa e lo studio dell’arte.

Spesso l’inventiva di chi scrive è legata a delle immagini, esistenti o rielaborate in un proprio repertorio, e le storie vengono costruite tramite scene che si rendono visibili alla mente o sono recuperate nella memoria: lo osservavano grandi scrittori di finzione sull’arte, come Del Giudice e Calvino. Per produrre un racconto intorno a una sala museale, anch’io mi sono lasciata guidare in questo modo dalla raffigurazione della Papera di Alberto Savinio, conservato presso la Pinacoteca d’arte del Novecento di Palazzo Ricci di Macerata: un ritratto, genere pittorico caratterizzato da soggetti che sembrano guardare l’osservatore, attivando sensazioni. E proprio dalla fissità stanca e annoiata dell’occhio della papera ho tratto parte delle mie intuizioni, a proposito della dipendenza affettiva e di un’attesa interminabile in cui l’ho immaginata vivere: stati che l’animale dal corpo di dama simbolicamente incarna, e in cui ho ritrovato alcune tra le mie personali ossessioni.

“Papera”, Alberto Savinio, 1927, tempera su cartone, cm 35,5 x 24,5, Pinacoteca Palazzo Ricci, Macerata (per gentile concessione a scopo divulgativo)

Una prima stesura di getto ha colto il senso di quest’idea insieme alle mie emozioni di fronte al quadro. Nella composizione, il dispositivo linguistico accorso in aiuto è stata l’ékphrasis: conosciuta fin dalla letteratura omerica, consiste nella descrizione verbale di rappresentazioni figurative e forme dell’arte visiva.

Ho scelto quindi di utilizzarla dal punto di vista della stessa papera, attraverso una lettera di intima confessione in prima persona a proposito del suo aspetto e le sue abitudini: così l’ékphrasis si crea grazie alla figura retorica della “prosopopea” o “personificazione”, in cui un oggetto inanimato parla, o, in questo caso, scrive. Il dipinto, inoltre, insieme con l’archivio e la sede della collezione, rappresenta la scenografia delle vicende, la cui trama è resa coerente grazie a personaggi secondari (cioè le altre opere di Giorgio de Chirico e le poltrone e il mobilio seicentesco della sala, che conversano e interagiscono), in linea col tono surreale che richiama la poetica di Savinio, verso un finale di riscatto ed evasione per la protagonista.

Mi sono immersa per mesi, alla maniera dei romanzieri della Storia, nelle biografie dei due pittori e nei significati dei dipinti scelti con l’aiuto dati storico-artistici e collezionistici. L’interpretazione narrativa ha sempre incluso l’autenticità permettendo di esplorare contenuti che di norma si escludono negli studi tradizionali.

In definitiva, il mio racconto Papera ha voluto essere la traduzione in parola di un effetto trompe-l’oeil (“inganno dell’occhio”), in cui un soggetto statico e bidimensionale è colto nell’atto di compiere una “fuga dalla cornice”, trasformandosi in cosa reale. Se il momento di sganciamento dalla superficie appare appena suggerito, una volta visualizzato, prosegue nell’immaginazione di chi guarda e di chi narra l’arte, e la scrittura è capace di fermare in pagina quello che non si vede succedere. Sulla scia di Michel Foucault, infatti, nella nostra attualità “l’ékphrasis dovrà riferirsi ai margini del quadro, alla sua periferia…”[2], nascendo intorno all’esperienza di esso, intrecciando la descrizione delle impressioni e delle percezioni, anche più profonde e illogiche, con quella della materialità visibile.

Per conoscerne ancora meglio i segreti, nel frattempo ho indagato l’uso e le tecniche dell’ékphrasis in prose brevi e romanzi moderni e contemporanei intorno alle opere d’arte e alle vite d’artisti, come suggerito in questi contributi di Art’usi: Presentazione. Quadri nei libri e #Almuseoconiromanzi e #Quadrineilibri.

Ho letto splendidi “racconti della pittura” nei libri della storica dell’arte Marisa Volpi (1928 – 2015), che mostrano in esempi magistrali quanto l’èkphrasis assolva un compito creativo, non semplicemente compilativo o funzionale. Si tratta di ripensare parole mentre si viene attraversati dall’atto del guardare, e di ristrutturare il guardato in precisi vocaboli e frasi, ai quali si accostano le risorse misteriose dell’interiorità e della fantasia, in una “transustanziazione” dell’iconico in verbale, come scrive l’autrice stessa in un passo dei suoi diari (per approfondire marisavolpi.it).

Mi sono dedicata inoltre a comprendere il rapporto tra linguaggio letterario e visivo in modo più scientifico: le numerose teorie sull’argomento, in pensatori come Eco, Mengaldo, Patrizi e i viventi Cometa, Mirabile, W.J.T. Mitchell, solo per citarne alcuni, evidenziano come questo sia oscillato, in maniera ricorrente nei secoli, tra posizioni tuttora irrisolte, o di contrasto o di adesione; in età postmoderna si è poi orientato verso una soluzione di convivenza, non sempre pacifica, nella forma dell’“intermedialità”, cioè nell’unione di codici di comunicazione (testi, suoni, fotografie) in nuovi prodotti spesso digitali.

Oltre ad aggiudicarsi una prossima pubblicazione cartacea per le Edizioni Museo Galileo in qualità di finalista alla terza edizione del concorso letterario Premio Barnaba. Un museo, una storia, Papera è stato letto ad alta voce a un ristretto pubblico di studenti e docenti dell’Accademia di Belle Arti di Macerata durante un reading in Pinacoteca Ricci, realizzato insieme con la relatrice professoressa e storica dell’arte Mariangela Canale, in accordo con la proprietaria Fondazione bancaria CARIMA. La visione diretta degli spazi, delle tele e dell’arredo protagonisti dei fatti, anche grazie alla voce recitante di un attore professionista, ha determinato negli ospiti un forte coinvolgimento e un rapporto più sentito con le opere.

Serena Antonia Iglio, elaborazione grafica digitale con ChatGpt e post-produzione in Adobe Photoshop, 2026

La scrittura delle ékphrasis si può tradurre oggi in condivisioni nuove che “continuano a intercettare il presente, attraversato da profondi interessi interdisciplinari per il visuale, lo storytelling…”[3]: occorre esaltare a questo scopo i luoghi fisici della cultura, dove l’incontro tra i linguaggi dovrebbe concretizzarsi abitualmente, favorendo il coinvolgimento di tutti i pubblici, e predisporre la relazione tra l’Arte e le Lettere verso uno statuto di compresenza e collaborazione, rivolto a supportare al meglio anche l’utilizzo dei sistemi di IA generative.

[1] in Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, relatrice prof.ssa Mariangela Canale, correlatrice prof.ssa Maria Stella Bottai, a. a. 2025/26

[2] dall’incipit del suo Le parole o le cose. Un’archeologia delle scienze umane, 1966

[3] SBRILLI, A. Dalla pittura, il racconto. Note su Marisa Volpi fra Storia dell’arte e narrativa, in Atti del convegno Il segno tradotto. Idee, immagini, parole in transito (a cura di Simone Celani, Francesco Fava, Marco Ramazzati), pubblicati nel numero 54 di “Testo a fronte”, I semestre 2016, p. 48