Schemi e schermi. Tecnologie come ambienti e nuovi comportamenti in classe.

Gli alunni che si sono iscritti alle scuole statali italiane nell’anno scolastico 2020-21 sono 7 507 484, per un totale di 369 048 classi, di cui 122 504 quelle della scuola secondaria superiore (fonte Miur).

Quando le scuole sospendono le attività in presenza a causa dell’aggravarsi della pandemia, in momenti e per periodi diversi a seconda delle regioni e del grado di scuola, in ognuna di quelle quasi 370 000 classi si crea una realtà didattica digitale, vissuta inizialmente come parallela ed esclusiva rispetto a quella in presenza, e oggi, a distanza di un anno, percepita e praticata in maniera più integrata.

Stefano Moriggi dell’Università Bicocca di Milano, co-autore di diversi studi sulla didattica (A scuola con le tecnologie, Mondadori; Didattica nova. Lo “spazio-tempo” dell’apprendimento digitalmente aumentato, Gruppo Spaggiari), è stato intervistato da Gianluca Nicoletti nella trasmissione Melog di Radio 24  del 1/12/2020 e il suo intervento riportato nel blog di Luca de Biase (grazie a Valerio Eletti per la segnalazione). Per Moriggi:

Le tecnologie non sono solo strumenti ma ambienti. Perché non cominciare a immaginare e a costruire lo spazio-tempo di una scena dell’apprendimento arricchita dal digitale?

Qual è lo spazio-tempo dell’apprendimento oggi in aula? Ogni classe vive il proprio: le esperienze nella scuola italiana sono tanto diverse quanto i profili dei dirigenti scolastici, degli animatori digitali, dei docenti che organizzano la didattica e degli alunni che la praticano. Proprio di recente un’esperienza al liceo artistico del’IIS Angelo Frammartino di Monterotondo (RM) ha portato a una riflessione sul cambiamento del nostro comportamento nell’ultimo anno.

Al ritorno in classe a fine gennaio sono stati montati in alcune aulee del nostro Istituto degli schermi multitouch acquistati grazie ai fondi PON Smart Class (secondo ciclo) finanziati con fondi del PNSD (Piano nazionale scuola digitale). Si tratta di fatto di computer autonomi attivabili con il tocco delle dita, che non necessitano di proiettore e pc come le Lim (lavagne interattive multimediali). Lo schermo può funzionare come Lim se collegato al pc della classe, per chi preferisce utilizzare la strumentazione già familiare, o come lavagna digitale tramite app, presenti già nel sistema operativo, per scrivere a mano libera disegni, formule, grafici. Inoltre, e questa è la più interessante novità dal punto di vista di chi scrive, il multitouch screen visualizza i contenuti del cellulare/tablet, che funge così da console con cui ‘telecomandare’ la proiezione sullo schermo grande.

L’animatore digitale dell’IIS Angelo Frammartino, prof. Fabio Palmia, prova in aula lo schermo multitouch proiettando immagini dal proprio cellulare.

 

La strumentazione ha cambiato il comportamento in aula di docenti e studenti, un esempio di come il design tech dell’arredo scolastico può influenzare l’apprendimento. Sir Ken Robinson, illustre educatore britannico scomparso lo scorso anno, ricordava nelle sue interviste il “third teacher” – così chiamato dallo psicologo e pedagogista italiano Loris Malaguzzi – ovvero l’ambiente scolastico, il terzo insegnante dopo società (genitori, insegnanti) e compagni.

In cosa dunque è cambiata la didattica in classe con lo schermo multitouch? Alcune osservazioni sparse:

  • lo schermo semplifica la condivisione dei materiali di studio facilitando la concentrazione degli studenti (all’inizio conta pure l’effetto novità).
  • libera lo schema comportamentale del docente fermo in cattedra, permettendogli di muoversi nell’ambiente, prassi che aiuta a tenere l’attenzione dell’aula per periodi più lunghi (e com’è rinfrescante fare lezione da altri punti ‘fisici’ di vista). Quando sarà abolito il distanziamento obbligatorio ciò permetterà l’organizzazione flessibile delle attività in aula in piccoli gruppi.
  • consente la visualizzazione anche dei device degli studenti, come per esempio i lavori da loro prodotti o una pagina web da condividere con i compagni. Il tutto rimanendo seduti al banco, come le disposizioni anti-Covid richiedono.

Quest’ultimo punto è per gli studenti il più stimolante. Chiamati a interagire con gli schermi, dopo iniziale timore è stato abbastanza intuitivo apprenderne l’uso. Un aspetto di quotidiana alfabetizzazione informatica che potenzia la fiducia delle proprie capacità, soprattutto negli alunni con difficoltà di apprendimento. Sentiti sulle potenzialità della nuova strumentazione, gli studenti hanno detto di aver apprezzato: la maggior fluidità di informazioni e dati e omogeneità con le modalità di didattica della DaD; la sintesi di materiali testuali, audio e video; una più stretta relazione con il docente in movimento nell’aula; il superamento di piccoli eventi distraenti, come la necessaria dislocazione in aule attrezzate per le attività laboratoriali, il gessetto finito, il pennarello che non scrive più ecc. In breve tempo lo schermo è diventato indispensabile e viene richiesto come supporto visivo anche nelle interrogazioni orali, stimolando la partecipazione della classe intera alle verifiche individuali.

Tutto benissimo quindi. Fin quando è arrivato il giorno in cui una classe, impegnata nelle presentazioni dei lavori di gruppo, per esigenze di spazio era stata spostata … in un’aula senza Lim e senza schermi multitouch. Come fare?

La soluzione è venuta dagli studenti. Abituati a fare riferimento alla classe virtuale anche in aula per accedere a materiali condivisi per le attività (calendario, griglie di valutazione, elenchi, compiti con Google moduli), gli alunni ‘presentatori’ hanno caricato la loro lezione nella Classroom di Storia dell’arte, a cui tutti ci siamo collegati con i nostri device. La spiegazione dei compagni è stata seguita dal banco, con il riscontro contestuale del libro.

Questo piccolo incidente ci ha permesso di prendere consapevolezza di due aspetti della didattica digitale integrata (DDI):

  • che le piattaforme didattiche digitali (GSuite, WeSchool, Moodle, etc.) sono integrate nelle attività in presenza. Non più sostitutive dell’aula ma complementari; non suppletive nei tempi esclusivi della DaD ma letto digitale su cui si delinea lo spazio e il tempo dell’apprendimento continuo (fine della contrapposizione lezione in presenza/dad a vantaggio della didattica blended).
  • che in aula si può superare l’idea di uno schermo/lavagna centrale in favore di uno schermo diffuso.
Una studentessa segue online da scuola un incontro di orientamento post diploma.

Nelle settimane successive l’attività è proseguita in entrambe le aule. Nelle classi dotate di schermi multitouch l’attenzione degli studenti confluisce su un’unica sorgente visiva luminosa, con ricadute sulla scenografia della lezione e sulla sceneggiatura dei contenuti. Come in un flusso avvolgente, la voce del professore arriva da punti diversi dell’aula mentre davanti allo studente si visualizzano immagini delle opere d’arte, partono dei video, si condividono informazioni, con effetti positivi sulla concentrazione e sulla memorizzazione.

Nell’aula che inizialmente era sembrata ‘sfornita’ continuiamo invece a fare esperienza di uno stadio avanzato alternativo del digitale nella didattica, che abbiamo sopra chiamato schermo diffuso, diffuso sui banchi, nei cellulari, nelle postazioni. Si presenta come un potenziamento della modalità di lavoro BYOD (bring your own device) per un uso evoluto del proprio cellulare, oltre lo scambio istantaneo di messaggi e foto, come un mini computer finalizzato alla didattica.

Questi cambiamenti portano in sè anche criticità:  il digital divide (ne abbiamo parlato qui) e l’uso prolungato dello schermo anche in presenza. Il primo problema è stato in parte risolto grazie alla fornitura da parte della scuola di tablet per la didattica, resa possibile dall’intervento tempestivo del Ministero dell’Istruzione a inizio pandemia per sopperire a situazioni di connessioni lente o limitata disponibilità di dati. Non si è ancora trovato il modo di aprire il wi-fi di scuola agli studenti, con tutte le misure di sicurezza necessarie per gli utenti minorenni, ma per chi in aula non ha possibilità di utilizzare agevolmente la connessione del proprio cellulare rimane ancora il valido strumento dello schermo del pc sulla cattedra, della Lim o del proiettore.

Il computer e la Lim nel laboratorio di Storia dell’arte

La seconda questione, già in parte affrontata con le pause obbligatorie tra una lezione e l’altra nella didattica a distanza, non si risolve a mio avviso eliminando gli schermi dall’aula. Teniamo da conto che: lo stare in classe comporta un’interazione fisica preponderante tra i presenti; lo schermo è piuttosto distante dai banchi; e, soprattutto, viviamo, per dirla con Paola Antonelli del Moma di New York, in una realtà che è un ‘minestrone’ di digitale e fisico, il cosiddetto phigital, in cui anche la scuola è immersa. Una maggiore alfabetizzazione informatica sulle tecnologie a disposizione stimola negli studenti la capacità di lettura del mondo circostante, agendo altresì da contrasto a fenomeni preoccupanti come la diffusione delle fake news e del cyberbullismo; fornisce inoltre le conoscenze propedeutiche all’apprendimento tra pari (peer to peer), specie in una generazione che integra le tecnologie nel proprio quotidiano in maniera capillare.

Questa è la nostra esperienza al momento*. Nuova strumentazione ha significato un diverso modo di muoversi, interagire, assimilare. Ci piacerebbe capire a livello cognitivo quali sono gli effetti di questi cambiamenti sullo studio, ma non è forse ancora il momento di tirare delle conclusioni. In attesa di vedere entrare in aula la tecnologia degli ologrammi (un vecchio sogno, arriveranno? presto?), noi continuiamo in quello che sappiamo fare meglio: provare, provare, provare con quello che abbiamo, al meglio che sappiamo.

 

*l’argomento è stato oggetto il 31 marzo 2021 del webinar La complessità tra i banchi di scuola, evento conclusivo della X Pordenone Design Week che potete rivedere qui.

 

 

Ultima modifica: 2/4/2021 ore 19:20